ANIMALI NOTTURNI- atto 3



Era tutto pronto da tempo, come se qualcuno avesse davvero creduto che sarebbe successo. Le sedie erano disposte con una cura inutile, il bicchiere lasciato a metà, l’acqua che continuava a scorrere senza partecipare. A un certo punto ho capito che non si trattava di un’attesa, ma di qualcosa che era già finito prima ancora di cominciare.




Ci siamo seduti qui con l’idea che bastasse restare per tenere insieme le cose. Le poltrone trattenevano i corpi, ma non quello che c’era tra noi. Dopo un po’ anche il silenzio ha perso peso, è diventato solo un modo per non dire che non c’era più niente da dire.



La sedia è stata messa lì per qualcuno che non è mai arrivato, o che ha smesso di arrivare. La porta è rimasta chiusa senza nemmeno opporsi, come fanno le cose che non hanno più bisogno di difendersi. Tutto intorno dava l’idea di una sospensione che non avrebbe trovato una fine.



 

Ho lasciato la giacca come si lascia qualcosa che non serve più, senza pensarci troppo. Non era stanchezza, era una forma più precisa di distacco. Lo specchio restituiva un’immagine incompleta, come se mancasse sempre un dettaglio essenziale che non sarei più riuscito a rimettere al suo posto




Mi sono sdraiato senza cercare riposo. Il corpo occupava ancora lo spazio, respirava, si muoveva appena, ma era come se fosse già altrove. In quel momento ho capito che si può restare dentro una stanza e allo stesso tempo esserne completamente usciti.








Il letto conservava ancora una forma, una traccia recente. Ma non c’era più nessuno da raggiungere, nessun nome da dire. È in queste assenze concrete, quasi fisiche, che si capisce che qualcosa è finito davvero e non tornerà a occupare lo stesso spazio.






La luce cadeva sempre nello stesso punto, insistente, quasi ostinata. La sedia sembrava aspettare, ma senza speranza. Più che un’assenza, era il segno che qualcuno era stato lì abbastanza a lungo da lasciare qualcosa che non si vede, ma resta.




 Non c’è stato un momento preciso. Le cose si sono accumulate lentamente, senza rumore, fino a diventare inevitabili. A un certo punto non si tratta più di scegliere o reagire, ma solo di riconoscere che tutto era già deciso da tempo.

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