Bagno Nettuno

 









Bagno Nettuno. Nome da dio, posto da fine stagione.

Sotto la tettoia verde non c’è quasi nessuno. Tavoli vuoti, sedie messe a caso. Non è silenzio, è abbandono lento. Di quelli che non fanno scena.

Dentro le cabine è tutto bianco, storto. Ganci piegati, porte segnate. Odore di chi è passato e non ha lasciato niente. Solo tracce.

Il biliardino è fermo.
Gli omini guardano nel vuoto, come se aspettassero qualcuno da anni. Non arriverà.

Fuori, il mare c’è. Sempre uguale.
Gente che si muove, entra, esce, occupa spazio. Ma non succede niente. È solo movimento.

Un uomo è seduto da solo. Cappello, telefono. Non sta facendo niente, ma almeno ha trovato una posizione stabile. Non è poco.

In fondo, tra le cabine, una porta aperta sul mare.
Una donna sdraiata sotto l’ombrellone. Immobile. Sembra in pausa da qualcosa che non riprenderà.

È tutto lì.

Un posto che resta aperto più per inerzia che per bisogno.
Persone che stanno lì perché non sanno dove andare.
Oggetti pronti a funzionare, ma inutili senza qualcuno che li usi davvero.

Il mare continua.
Il resto no.

E la cosa peggiore è che va bene così.

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